IL CONCETTO DI AUTOSTIMA  

Il “concetto di sé” e l’“autostima” hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica, se si considera che su questi due costrutti sono stati condotti migliaia di studi. Tuttavia nonostante questa mole di studi emerge una mancanza di chiarezza dovuta al fatto che spesso “autostima” e “concetto di sé” vengono utilizzati in maniera intercambiabile. È necessario quindi precisare il significato di questi due concetti.

Il concetto di sé è la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Esso riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche (es. altezza e peso). Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via; queste sarebbero tutte componenti del suo concetto di sé.

L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé ed è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri.

Il concetto di autostima e il concetto di sé sono quindi collegati ma diversi; inoltre, sebbene l'autostima sia collegata con il concetto di sé, e quindi influenzata dal suo contenuto, è possibile per le persone credere cose oggettivamente positive (come riconoscersi capacità scolastiche, atletiche, o artistiche), ma continuare a non amare realmente sé stesse. Viceversa, è possibile per le persone amare sé stesse, ed avere quindi un’alta autostima, malgrado la mancanza di qualunque indicatore oggettivo che sostenga una così positiva visione di sé. Vedremo più avanti perché.

 

FONTI DELL’AUTOSTIMA  

L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dagli schemi cognitivi della persona, dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessa, sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.

William James (1890/1983) definiva l’autostima come il rapporto tra il Sé percepito di una persona e il suo Sé ideale: il Sé percepito equivale al concetto di sé, alla conoscenza di quelle abilità, caratteristiche e qualità che sono presenti o assenti; mentre il Sé ideale è l’immagine della persona che ci piacerebbe essere. Secondo James una persona sperimenterà una bassa autostima se il Sé percepito non riesce a raggiungere il livello del Sé ideale. L’ampiezza della discrepanza tra come ci vediamo e come vorremmo essere è infatti un segno importante del grado in cui siamo soddisfatti di noi stessi. In altre parole, secondo la definizione di James, l’autostima sarebbe il risultato del confronto tra successi concretamente ottenuti e corrispondenti aspettative:

 

Autostima = Successo/Aspettative

 

Tuttavia anche i fattori ambientali, interagendo con l’individuo, contribuiscono a migliorare o peggiorare le prestazioni.

Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi.

Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso, cioè che gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.

 

DIMENSIONALITÀ DEL CONCETTO DI AUTOSTIMA

Essendo il concetto di sé e l’autostima necessariamente correlati agli aspetti importanti della nostra vita (es. lavoro, amicizia, sport, ecc.), l’autostima complessiva, o globale, di una persona dipenderà dagli svariati contesti in cui si trova ad agire, ma soprattutto dall’importanza che essa attribuisce a ciascuna delle componenti.

Alcuni studiosi distinguono infatti “autostima globale” da “autostima specifica”, definendo la prima come un giudizio complessivo sul proprio valore e la seconda come un giudizio che riguarda un particolare settore autovalutativo (fisico, intellettuale, morale, sociale, ecc.).

L’autostima globale non corrisponde però necessariamente alla somma o alla media delle varie autostime specifiche. C’è infatti chi, pur mietendo successi un po’ ovunque (e avendo molte autostime specifiche buone), è afflitto da un fondamentale e generico disprezzo per sé stesso; e viceversa c’è chi va abbastanza fiero di sé pur avendo molte autostime specifiche piuttosto mediocri.

Questo perché le persone assegnano ad ogni settore un diverso peso; quindi quanto più è importante per una persona riuscire a valutarsi bene in un dato campo, tanto più quell’autostima specifica influirà (positivamente o negativamente) sulla sua autostima globale (es. se sono un brillante pittore, ma per me avere successo in questo campo ha scarso valore, la mia autostima globale ne trarrà ben poco beneficio).

 

LE DINAMICHE DI CAUSA ED EFFETTO  

L’autostima positiva è considerata da molti il fattore centrale di un buon adattamento socio-emozionale. Avere una buona autostima ci rende infatti più sicuri, più felici, più desiderabili agli occhi degli altri e ci aiuta a rispondere adeguatamente alle sfide e alle opportunità della vita.

L’autostima sembra infatti essere collegata a vari ambiti, tra i quali la salute psicologica (es. la depressione è stata collegata ad uno stile cognitivo che comporta una valutazione eccessivamente critica e negativa del Sé) e la performance (es. numerosi ricercatori hanno rilevato una correlazione positiva tra buona autostima e voti più alti a scuola).

Tuttavia non possiamo essere certi che un’alta autostima sia la causa di una buona performance, o che sia vero il contrario, cioè che una buona performance sia la causa di un’alta autostima, ma è verosimile che la causalità operi in entrambe le direzioni: a) l’impressione che uno ha sulla propria performance influenza le proprie autovalutazioni; b) le convinzioni che un individuo ha su sé stesso hanno un forte impatto sull’efficacia della sua performance.

In altre parole l’autostima può essere sia causa sia effetto di un buono o cattivo funzionamento in aree specifiche della personalità.

 

PROFILI DI ALTA E BASSA AUTOSTIMA 

L’autostima non è un riflesso delle capacità delle persone, nel senso che le persone con alta autostima non sono necessariamente più dotate (intelligenti, competenti, attraenti) di quelle con bassa autostima. Quello che le distingue sono invece le loro convinzioni sulle proprie capacità, il loro atteggiamento rispetto alle prove della vita, le loro reazioni ai successi e ai fallimenti, il loro comportamento sociale.

 Le persone con un’autostima globalmente alta, infatti, tendono ad essere ottimiste e riescono a gestire gli eventi negativi con serenità; al contrario le persone con una bassa autostima tendono ad essere pessimiste, maturano facilmente delle crisi depressive e non sono in grado di sfruttare le loro potenzialità per far fronte agli eventi negativi.

Qui di seguito sono delineati i profili di alta e bassa autostima in relazione alle aspettative e alle prestazioni effettive.

 

ASPETTATIVE

Le persone con alta autostima prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, affrontare una prova, appaiono in genere sicure di sé e sono convinte di avere buone probabilità di successo. Spesso infatti hanno alle spalle una storia di precedenti successi che alimentano le loro rosee aspettative, ma anche quando in passato sono incappati in qualche delusione rispetto a compiti simili, tendono a pensare che “stavolta andrà bene”. Per questi soggetti le situazioni e le prove difficili risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere per dimostrare a loro stessi e agli altri che sono in gamba. Inoltre quello che vogliono non è semplicemente riuscire a cavarsela, ma eccellere, vogliono distinguersi e superare i loro risultati precedenti, conquistando obiettivi sempre più elevati. Per usare una metafora di tipo scolastico, hanno già conseguito un “buono” e mirano all’“ottimo”.

Le persone con bassa autostima si trovano nella situazione opposta: prima di ogni prova, si sentono ansiose e preoccupate, vorrebbero tanto “darsela a gambe”. Hanno molti dubbi sull’esito dei loro sforzi, non hanno fiducia nelle loro capacità, del resto, l’esperienza passata non gli suggerisce pronostici favorevoli, e quindi si raffigurano già il momento in cui dovranno fare i conti con l’ennesimo fallimento. Ma anche quando un iniziale risultato positivo dovrebbe incoraggiarli a sperare, entrano nel panico. Essi non vedono quindi le prove come stimolanti sfide, ma come minacce per la loro autostima, occasioni in cui rischiano di dimostrare di non essere abbastanza capaci, interessanti, intelligenti. Dati questi timori non aspirano certo a conseguimenti eccezionali, gli basterebbe cavarsela, non fare una figuraccia, rientrare nella media, non risultare troppo inadeguati.

Le persone con alta autostima giocano quindi “all’attacco” e sono ottimiste, mentre quelle con bassa autostima giocano “in difesa” e sono pessimiste.

 

PRESTAZIONI EFFETTIVE  

I conseguimenti delle persone con alta autostima saranno ben più numerosi ed elevati di quelli delle persone con bassa autostima a causa del grado di impegno e persistenza che mettono negli obiettivi che si prefiggono.

Le persone con alta autostima, infatti, pur essendo soddisfatte di sé spesso lavorano sodo per migliorare le loro aree di debolezza, mentre le persone con bassa autostima, essendo portate a “dare per persa la partita” prima ancora che sia finita, tendono ad impegnarsi poco, ad essere sopraffatte dall’ansia e a non persistere nei loro sforzi se i primi tentativi sono inefficaci.

La bassa autostima porta quindi ad un circolo vizioso:

 

 

  bassa autostima aspettative negative ansia e scarso impegno
 

       

               
 

autovalutazioni negative

¬

 fallimento della prestazione

   

                                                                                                                                  

    

STRATEGIE PER MIGLIORARE L’AUTOSTIMA

Quando facciamo esperienza di un evento registrandolo come “un successo” o come “un fallimento”, noi misuriamo la nostra performance sulla base di uno standard interiore, ma se i  nostri standard sono troppo severi rischiamo di sentirci spesso scontenti di noi stessi. È chiaro dunque che il modo in cui fissiamo gli standard avrà un impatto diretto sull’autostima.

Per avere una buona autostima è necessario perciò ridimensionare i propri obiettivi, affinché essi diventino più “ragionevoli” e quindi più facili da raggiungere, e accettare i propri limiti.

Esistono alcuni espedienti strategici che le persone mettono in atto per migliorare la propria autostima e quindi vedersi sotto una luce più positiva:

1)      Assegnare “selettivamente” importanza a quegli scopi che siamo in grado di raggiungere: non porsi obbiettivi troppo impegnativi, che difficilmente riusciremo a soddisfare, con un conseguente abbassamento dell’autostima.

2)      Non attribuirsi tutta la colpa di un insuccesso, riconducendolo esclusivamente alla propria incapacità: non sempre la colpa dei nostri fallimenti è dovuta alla nostra incompetenza, ma possono essere intervenute varie cause esterne indipendenti da noi (es. la sfortuna, l’ostilità di qualcuno, circostanze sfavorevoli, difficoltà oggettive, ecc.).

3)      Non valutarsi in maniera troppo rigida: nel caso in cui si è costretti ad attribuire i propri fallimenti esclusivamente a cause interne, non considerarle come stabili (es. incapacità, stupidità), ma come transitorie (es. stanchezza, indisposizione).

4)      Ridimensionare l’importanza degli insuccessi: non bisogna dare troppa importanza ad un fallimento considerandolo come prova del proprio scarso valore. In altre parole è necessario avere una visione “sana” di sé cioè, pur avendo carenze e difetti, non considerarli in maniera ipercritica, sentirsi bene in virtù dei propri punti di forza e “perdonarsi” se talvolta manchiamo il bersaglio o non riusciamo in un intento.

 

  a cura della Dr.ssa Marcella Altieri